giovedì, maggio 1

Lettera aperta a Daniel Libeskind

Ora, possiamo accettare tutto. Ci siamo abituati, ci hanno fatto abituare, ad accettare tutto. Anche che tre architetti dai nomi esotici arrivino qui e in pochi giorni facciano un progetto che stravolgerà l'immagine della nostra città. Ci siamo persuasi all'idea che sì, quelle torri saranno un po' sghembe, un po' intrusive, una forse non sta su, ma in fondo segnano la linea della modernità, della città nuova. La città nuova che è stata l'utopia di tutti i tempi e ora ce l'abbiamo qui, la possiamo toccare.
Ci siamo abituati a tutto e tutto va bene, se poi lo dice il Corriere niente da obiettare. Nessuno ha un progetto, nessuno ha in mente che cosa questa città debba diventare, e i milanesi sono i primi a non volere rispondere a questa domanda. Eppure si parte, costruiamo. Ai cantieri ci abitueremo, è il futuro, ed è giusto, sia detto senza falsa ironia.

Farci prendere per fessi però no. Non ci siamo ancora abituati. Una strana resistenza ancora ci trattiene. Qualcuno allora dovrebbe spiegare a Libeskind, che oggi ammaestrava dalle colonne del Corriere, che fessi non siamo. Forse l'avrà pensato per il fatto che lasciamo le chiavi della nostra città agli artefici di un’architettura “cosmopolita”, che innalza gli stessi edifici e New York, a Roma, a Tokyo, a Rio. Ma si sbaglia, se pensa di prendere la penna e scrivere tante banalità sulla cultura di Milano, e che noi ce le beviamo così, come un aperitivo al Duomo.

Che un architetto della sua fama non abbia alcun impianto teorico del proprio lavoro non stupisce più - l'imbarazzante situazione accomuna quasi tutte le archi-star. Ma che da qui passi a infarcire la propria assenza di un pensiero con discorsi degni d'uno studente d'architettura del prim'anno, perdipiù pubblicati sul nostro quotidiano cittadino - colpevole d'una grave ignoranza in materia - non sta bene.

Riporto alcune perle: «Solo un’architettura realmente democratica può portare all’emancipazione dell’individuo e all’affermazione di una comunità multiculturale»; «La matericità del Castello Sforzesco, le ricerche scientifiche di Leonardo, le dinamiche di movimento di Boccioni e le sorprendenti e imprevedibili analogie di Rossi sono immancabilmente inscritte nei miei progetti per Milano»; «Ogni mio edificio è una narrazione del passato e del futuro, alla ricerca continua del presente come continuità creativa nel tempo»; «La caratteristica unica delle Torri di Citylife sta nell’essere un continuum con la storia delle torri milanesi, da quella del Filarete, a quella di Gio Ponti e di Ernesto Nathan Rogers».

Parole grosse, che chiedono risposta.

* * *

«Caro Libeskind, non basta scrivere queste cose perché diventino vere. Non basta evocare i grandi maestri della nostra storia - che tra l'altro non credo abbiano apprezzato affatto - perché questi infondano magicamente un'anima a un progetto che non ce l'ha. Il tuo è un vecchio artificio retorico: rivendicare d'essere proprio ciò che non si è. Ti accusano di aver tracciato un segno senza radici e tu ti appelli alla tradizione architettonica milanese. Ti tacciano di pressapochismo per una torre che sfida - perdendo - le leggi della statica, e tu citi i calcoli di Leonardo, la cupola del grande genio vinciano. Ti attaccano d'essere un buon disegnatore, o poco di più, che offre solo immagini suggestive della città contemporanea, e tu ci vieni a insegnare la cultura, ci parli di umanesimo, tiri in ballo Filarete, e Ponti!

È vero. Oggi i progetti per potersi imporre devono essere tutti edifici eccezionali - non è solo colpa tua. Sono eccezioni però di una regola che non c’è. Invece nell’architettura ci sono anche edifici ripetibili. Pensa alla cattedrale gotica o al tempio greco: sono edifici straordinari, fondati su un’idea profonda e razionale del loro significato, che hanno definito un tipo, e ne hanno fatti a centinaia! Il tempio greco era spettacolare: immagina nella città greca fatta di case basse questo tempio sulla collina, con colonne alte 25 metri, colorate, e con un grande tetto che copriva la cella della divinità. Invece gli edifici dello star system sono uno per uno irripetibili, e dunque è impossibile costruire un pensiero condiviso su edifici irripetibili.

Quindi l’alternativa non è tra edifici eccezionali e ordinari, tra architetti italiani e stranieri, tra costruzioni che “rompono” col contesto e costruzioni che si mimetizzano, tra gli entusiasti per un’architettura finalmente moderna e i nostalgici delle forme del passato. Queste sono le solite etichette che il giornalismo e la politica non possono che usare.
L’alternativa è tra architetture passeggere e architetture che hanno la pretesa di durare nel tempo; tra architetture che mettono in mostra un particolare punto di vista e architetture che cercano di rappresentare un punto di vista più generale della cultura del tempo in cui viviamo; tra architetture che vanno alla ricerca di un’immagine forte da veicolare attraverso i media, e architetture che possono dar ragione di ogni scelta che si compie; tra architetture che inseguono un formalismo tecnologico o naturalistico (tecnologia e forme organiche sono i due miti dell’architettura del nostro tempo), e architetture che si servono anche della tecnologia e della forma per rappresentare il senso, l’idea: l’idea di spettacolo in un teatro, l’idea di comunità in una piazza, l’idea di preghiera in una chiesa.

Tu, Daniel, che cosa volevi rappresentare con quella specie di banana?

La città moderna sta perdendo la capacità di costruire luoghi che racchiudono un senso comune. Non per niente la gente continua ad andare in piazza Duomo, in Galleria, e non altrove. Perché lì riconosce qualcosa. Perché lì l’architettura mette in scena un modo di vivere che noi desideriamo, un modo di vivere felice.
Questa è la scommessa che ancora oggi siamo chiamati a vincere. Con o senza di te.
Lorenzo».

1 commento:

Pietro Pagliardini ha detto...

La risposta di Lorenzo è non solo accorata ma bella, per l'allegria e l'ottimismo che la sottende. Per questo non vorrei essere inopportuno facendo notare che l'architettura ancora sta cercando una terza via, condivisa e accettata dai più e non frutto di sporadiche individualità, tra "gli entusiasti per un’architettura finalmente moderna e i nostalgici delle forme del passato". Tutto ruota intorno a questo dilemma e, purtroppo, mi sembra che la prima scelta imperversi e sadroneggi da mezzo secolo. E i risultati sono evidenti a tutti.
Pietro