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giovedì, ottobre 1
mercoledì, settembre 23
Da leggere
Sono molti i libri che per logiche editoriali incomprensibili ai comuni mortali non sono più ripubblicati, pur essendo considerati dei capolavori, o dei classici, almeno da alcuni. Uno di questi è l'Autobiografia scientifica di Aldo Rossi, uno scritto straordinario che fa capire bene cos'è l'architettura.
Il teatro è molto simile all’architettura perché riguarda una vicenda; il suo inizio, il suo svolgimento e la sua conclusione. Senza vicenda non vi è teatro e non vi è architettura. (…) Se la vicenda è buona anche la scena è buona, o dovrebbe esserlo. E credo che in questo senso la vita sia abbastanza buona.
mercoledì, agosto 19
To the North

Campagna e nuvole, nuvole e campagna. Questo è ciò che trovi se lasci Londra per il Nord, passando nel cuore dell'Inghilterra sulla strada per la Scozia. Non siamo ancora a Durham, roccaforte della prima cristianità sull'isola, e già si vedono da lontano le due torri che fanno da facciata alla sua cattedrale, maestoso esempio di romanico normanno, che dal 1093 si affaccia, senza sagrato, sul fiume - idea straordinaria per questa chiesa dove riposa Beda il Venerabile: il sagrato è tutto il territorio intorno, ecco che cos'è costruire un tempio cattolico! (oggi ahimè segnato dal galletto anglicano che faticheremo a sopportare). Un'altra sorpresa ci attende nel dormitorio benedettino, questa volta quattrocentesco, vero capolavoro costruttivo con 21 travi di quercia da 12 metri di luce! Proseguiamo per il North England, terre selvagge e infiniti puntini di pecore bianche. Freddo, pioggia e una sottile nebbia segnano l'ingresso in Scozia, insieme a tante sfumature di verde come non ne abbiamo mai viste. Superiamo Jedburg e la sua cattedrale agostiniana, una San Galgano di Scozia cui il tempo ha sottratto il tetto ma non la bellezza. Due uomini in kilt e una splendida ragazza dai capelli rossi ci fanno presto dimenticare l'Inghilterra. Proveremo simpatia per queste facce scozzesi, occhi azzurri e sguardi acuti che si riconoscono da lontano.
A Edinburgh si respira l'aria delle grandi città europee. Più della città antica colpisce la new town, e i due "crescent", Moray e Ainslie Place, dell'architetto ventiduenne James Craig: fronte pubblico, retro privato, parco al centro e una tipologia abitativa che dovremmo imparare di nuovo.
venerdì, luglio 3
Rogers batte Verdi
Bella l'iniziativa dei concerti tra le guglie organizzati dalla Fabbrica del Duomo per raccogliere fondi per la conservazione della cattedrale.
Ma forse più dei quattro pezzi sacri di Verdi, a colpire è ciò che si vede guardando giù: le proporzioni perfette della piazzetta reale, il campanile di San Gottardo, la torre Velasca, non semplici architetture ma personaggi della città come teatro, di cui in questa sera estiva ci sentiamo di interpretare uno dei ruoli privilegiati.
venerdì, marzo 6
Immaginare la città
Giornata di studio11 marzo 2009
h. 10.00 – 17.00
Aula Carlo De Carli
Facoltà di Architettura Civile
via Durando 10, Milano
Tra le molteplici forme di crisi che colpiscono il presente, una – non certo la più ‘grave’ ma sicuramente tra le più odiose e insidiose – riguarda il prosciugarsi della capacità di immaginare il futuro che ci attende. Epoche precedenti la nostra, in questo senso, non soltanto hanno costruito la propria città fisica, ma hanno anche immaginato la città futura, in questo modo determinandone – almeno in parte – il destino. Oggi, al contrario, l’immaginario di città, al pari di ogni altra proiezione orientata al futuro, sembra essersi esaurito.
Qualcuno ha un’idea di quello che Milano – e in senso più generale la città – potrà diventare? Qualcuno riesce ancora a immaginare il suo e il nostro futuro, senza che ciò debba per forza assumere contorni apocalittici o profetici? Qualcuno ha un progetto?
(Guarda l'evento su Facebook).
lunedì, marzo 2
"Cambierò Milano con case da duemila euro al metro"
La sfida è riportare i giovani in città. Perché l'invecchiamento la rende insostenibile. Come? Con un patto con i costruttori. Più cubatura ma più edilizia convenzionata.Leggi l'intervista a Carlo Masseroli, assessore allo Sviluppo del Territorio, pubblicata su VITA.
giovedì, gennaio 29
La meraviglia delle cose

«Forse proprio un verso liceale di Alceo mi aveva condotto all’architettura. O conchiglia marina / figlia della pietra e del mare biancheggiante / tu meravigli la mente dei fanciulli. La citazione è circa questa e contiene i problemi della forma, della materia, della fantasia, cioè della meraviglia».
(Aldo Rossi, Autobiografia scientifica)
Fino al 6 febbraio ad Architettura Bovisa in mostra i suoi disegni spettacolari (letteralmente lo "spettacolo" dell'architettura come "scena fissa della vita degli uomini").
lunedì, gennaio 19
«La mia cappella di Vence è un fiore»
Grazie a voi, una volta di più, la vita è bella. Grazie. A voi il mio ricordo più amichevole.
Le Corbusier».
Leggi qui "Le Corbusier, Matisse e la testimonianza del vero".
martedì, gennaio 6
Sulle tracce di Gaudenzio
Il Santuario della Madonna di Loreto a Roccapietra e il Tempietto di San Pietro in Montorio a Roma.Quando lasciamo il Sacro Monte di Varallo, abbiamo ancora negli occhi la tenerezza dell'Annunciazione, il calore della grotta della Natività, la grandiosa immagine della Crocifissione, oltre ai volti degli amici che per una volta hanno ammirato con noi l'amato teatro montano.
Ma separarsi dalle cose belle per tornare a casa costa sempre qualche fatica, così torniamo subito da lui, il "dolcissimo Gaudenzio". Prima giù a valle, proprio ai piedi del super parietem, in Santa Maria delle Grazie, chiesone di paese coi muri larghi, il tetto a capanna, e quel preziosissimo tramezzo in cui Ferrari fa le prove generali per il Sacro Monte. Poi, più avanti, a Roccapietra, alle porte di Varallo: qui, tra le curve che ci accompagnano giù fino a Quarona, ogni volta ci sorprende il Santuario della Madonna di Loreto, che appare come un miracolo tra i boschi e i monti della Valsesia. In fondo, se il cielo è chiaro e lo permette, la cima del Rosa.
Chi potrebbe contrastare l'emozione di questa Cappella, la cui somma di bellezze ricorda, più d'ogni altra cosa, l'alito, la carne e l'anima stessa della giovinezza? E chi disgiungere ciò che il grande Gaudenzio v'ha lasciato da quel che intorno vi han creato, a vicenda, il tempo, la natura e la storia?
(Giovanni Testori)
L'eleganza e l'armonia di quest'architettura in tutto e per tutto rinascimentale, a prima vista colpiscono e alla lunga innamorano, così che alla mente richiamano, per chissà quale processo d'immaginazione, quell'altro capolavoro, praticamente coevo, di questi primi e fecondi anni del '500, il San Pietro in Montorio di Bramante a Roma.
La stessa leggerezza nell'esile loggiato gaudenziano e nel misurato colonnato bramentesco; la stessa preziosità nella trabeazione decorata del tempietto romano e negli affreschi della cappella di montagna; la stessa sensazione di non poter aggiungere nulla e nulla levare nell'una e nell'altra architettura; lo stesso esatto rapporto tra le parti nelle misure impeccabili dei disegni di Bramante e in quelle prese da Gaudenzio, forse direttamente sul cantiere, di questo prodigio del rinascimento valligiano.
Così Roma e Varallo si toccano, in un istante, per poi lasciarsi subito separare: espressione di una storia dell'arte dai canoni consolidati, l'una; di una storia dell'arte alternativa alla prospettiva toscanocentrica, l'altra. Sommo esempio dell'oratoria romana, la prima; eccezionale racconto in dialetto lombardo, la seconda.
Eppure entrambe nascono da una consentaneità reale: Gaudenzio dà una forma alle verità che l’Italia del nord scopre all’interno dell’arte italiana e, cambiato di segno rispetto a Bramante, diviene polo imprescindibile di questa grande storia dell'architettura rinascimentale italiana.
domenica, dicembre 21
«L'architettura torni a essere un bene comune» _ Intervista ad Antonio Monestiroli
Antonio Monestiroli (sulla destra) con Renzo PianoA sei anni dall'evento che la porterà all'attenzione del mondo, sul destino della città pesa il cinismo di tanti operatori. «Si fanno i progetti per valorizzare le aree, se e come vengono costruiti non interessa a nessuno». L'addolorato j'accuse di uno dei padri nobili dell'architettura milanese.
Andare. Andare per tornare. Usciamo dal cancello della vecchia “sciostra”, uno di quegli edifici a ballatoio lunghi e stretti dove si producevano e si conservavano le merci milanesi, che si affaccia sul naviglio pavese, con in mente queste parole.
Sono quelle che Antonio Monestiroli ci ha appena detto nel suo studio, e che potrebbe rivolgere a uno dei suoi tanti studenti. Perché «in Italia oggi non c’è spazio per l’architettura».
È tra i maggiori architetti italiani, si è formato alla scuola milanese di Ernesto Rogers, suo maestro d’elezione insieme a Ignazio Gardella e Aldo Rossi. Oggi insegna alla Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano, di cui è stato il preside fino al luglio scorso.
Dopo decenni di impasse, finalmente a Milano si muove qualcosa.
Si muove qualcosa in peggio. Con delle contraddizioni evidenti. Ultima la proposta di Masseroli (assessore allo Sviluppo del Territorio, ndr) di portare il numero degli abitanti da 1,3 a 2 milioni, che mi sembra davvero strana.
(...)
Milano deve crescere creando relazioni ampie. Il modello è l’Olanda: è grande come la Lombardia e ha lo stesso numero di abitanti. Quando vado a insegnare a Delft, alla sera vado a cena ad Amsterdam, e poi a dormire a Utrecht. Pensa che città straordinaria sarebbe la Lombardia dai laghi di Como, Varese, alla campagna di Pavia, Cremona…! Si potrebbe abitare sul lago e lavorare a Milano.
Quali i primi passi da compiere in questa direzione?
Il rafforzamento delle infrastrutture. Perché il policentrismo esiste se c’è un sistema efficiente di trasporto pubblico. Bisogna individuare le direttrici di sviluppo: avere sostenuto che il nord-ovest è una direttrice che culmina con Varese e Malpensa, è stata una scelta giusta. Questo vale anche a est, fino a Brescia. Ma a Brescia bisogna arrivarci col treno in 30 minuti, non in un’ora come adesso.
Scarica tutta l'intervista.
giovedì, ottobre 30
Diritto al cielo
"Veramente uno dei problemi urgenti da risolvere per l'architettura della città, sia quello di inventare (cioè in senso latino, ritrovare) non solo il verde, ma anche il cielo.Cioè dare questo spazio infinito a disposizione di chiunque abiti in una casa, cioè interpretare l'architettura della casa anche in funzione della sua disponibilità a concedere la vista dell'infinito del cielo: con le sue molteplici infinite apparenze sia che lo si veda terso, di quell'azzurro che, pur nei limiti del cielo lombardo, ad esempio, riempie ancora di gioia la nostra vita e le nostre giornate; sia che appaia pieno di nuvole, negli imprevedibili aspetti che le nuvole hanno, con l'infinito variare della luce".
(Piero Bottoni, Diritto al cielo)
venerdì, ottobre 17
Care architetture_Sant'Ambrogio
Ci entri due volte: prima nel quadriportico che ti accoglie come in un abbraccio, poi nell’interno, silenzioso e sacro. Lo sguardo si volge all’alto e all’intorno. Gli arconi a tutto sesto, i pilastri possenti, le tante cappelle, ti parlano di una fede che nasce dalla terra, che è dentro le case, che c’entra con la vita.
Maestri
«Aldo Rossi in particolare mi ha insegnato a guardare la realtà. Per Aldo Rossi tutto era spettacolo, la realtà stessa era spettacolo, la vita quotidiana era spettacolo. E questo spettacolo andava messo in scena. Ricordo che questa scoperta per me è stata determinante. Il mio apprendistato di architetto è stato segnato da questo nuovo e affascinante punto di vista, un punto di vista che mi ha consentito di capire i rapporti tra tutte le arti della rappresentazione. Così quando Aldo Rossi parlava di Luchino Visconti, di Thomas Mann, di Mario Sironi si capiva che quel che teneva insieme questi artisti e lui a loro era il punto di vista da cui tutti loro guardavano la realtà: la realtà come spettacolo, la città come “scena fissa della vita degli uomini”, come luogo di cui stupirsi ogni giorno così come come ci si stupisce della propria esistenza. È lo stupore forse il carattere più evidente della straordinaria personalità di Aldo Rossi, la sua capacità di stupirsi sempre, dell’architettura come della vita».(intervista ad Antonio Monestiroli, AIÓN, 11/2006)
lunedì, ottobre 13
Fuksas o Fuffas?
Uno sguardo impietoso ma nemmeno troppo irrealistico sull'architettura contemporanea. Da riderci, se solo non si trattasse delle nostre città.
domenica, ottobre 12
Milano di nuovo
giovedì, settembre 25
sabato, maggio 31
Ti prego di tenere aperti gli occhi
Ricevo da un maestro (e amico) e pubblico.Uno scritto di Le Corbusier del 1938. Pubblicato sul n. 766 della rivista Casabella di maggio 2008 - pagg. 6-7.
«Se dovessi insegnarvi architettura? Davvero una domanda difficile… Inizierei proibendo gli ordini, mettendo la parola fine a questa incartapecorita stupidaggine degli ordini, una incredibile sfida all’intelligenza. Insisterei su un vero rispetto per l’architettura.
D’altro lato, racconterei ai miei studenti come siano commuoventi le cose dell’Acropoli di Atene, di cui comprenderanno in seguito la superiore grandezza. Prometterei di spiegare la magnificenza di Palazzo Farnese e del vasto golfo spirituale che si stende tra le absidi e la facciata di San Pietro».
«E ora, amico mio, ti prego di tenere aperti gli occhi.
Hai gli occhi aperti? Sei stato educato a tenere gli occhi aperti? Sai come tenere gli occhi aperti? Li tieni continuamente e utilmente aperti? Che cosa guardi quando esci per una passeggiata?»
Scarica qui il pdf.
domenica, maggio 25
Sacri Monti, terza tappa
Dopo gli appuntamenti a Varese e Oropa, prosegue il ciclo di visite guidate ai Sacri Monti. Il 31 maggio è la volta di Varallo, "unico per la sua primarietà cronologica oltre che poetica".Seguirà, il 28 giugno, a chiudere, il Sacro Monte di Ossuccio (Como) e l'Isola comacina.
"Le Cappelle che si seguono sul colle di Varallo e che rappresentano altrettante scene della vita di Cristo, risultano infatti come atti di una rappresentazione fermata nel momento del suo significato drammaturgicamente più dolente ed acuto; si direbbe nel suo culmine d'intensità, di vocalità, di lamento, di gioia, di stupore e di pianto; insomma, di pathos".
(Giovanni Testori, Natale al presepio di Varallo)
giovedì, maggio 1
Lettera aperta a Daniel Libeskind
Ora, possiamo accettare tutto. Ci siamo abituati, ci hanno fatto abituare, ad accettare tutto. Anche che tre architetti dai nomi esotici arrivino qui e in pochi giorni facciano un progetto che stravolgerà l'immagine della nostra città. Ci siamo persuasi all'idea che sì, quelle torri saranno un po' sghembe, un po' intrusive, una forse non sta su, ma in fondo segnano la linea della modernità, della città nuova. La città nuova che è stata l'utopia di tutti i tempi e ora ce l'abbiamo qui, la possiamo toccare.Ci siamo abituati a tutto e tutto va bene, se poi lo dice il Corriere niente da obiettare. Nessuno ha un progetto, nessuno ha in mente che cosa questa città debba diventare, e i milanesi sono i primi a non volere rispondere a questa domanda. Eppure si parte, costruiamo. Ai cantieri ci abitueremo, è il futuro, ed è giusto, sia detto senza falsa ironia.
Farci prendere per fessi però no. Non ci siamo ancora abituati. Una strana resistenza ancora ci trattiene. Qualcuno allora dovrebbe spiegare a Libeskind, che oggi ammaestrava dalle colonne del Corriere, che fessi non siamo. Forse l'avrà pensato per il fatto che lasciamo le chiavi della nostra città agli artefici di un’architettura “cosmopolita”, che innalza gli stessi edifici e New York, a Roma, a Tokyo, a Rio. Ma si sbaglia, se pensa di prendere la penna e scrivere tante banalità sulla cultura di Milano, e che noi ce le beviamo così, come un aperitivo al Duomo.
Che un architetto della sua fama non abbia alcun impianto teorico del proprio lavoro non stupisce più - l'imbarazzante situazione accomuna quasi tutte le archi-star. Ma che da qui passi a infarcire la propria assenza di un pensiero con discorsi degni d'uno studente d'architettura del prim'anno, perdipiù pubblicati sul nostro quotidiano cittadino - colpevole d'una grave ignoranza in materia - non sta bene.
Riporto alcune perle: «Solo un’architettura realmente democratica può portare all’emancipazione dell’individuo e all’affermazione di una comunità multiculturale»; «La matericità del Castello Sforzesco, le ricerche scientifiche di Leonardo, le dinamiche di movimento di Boccioni e le sorprendenti e imprevedibili analogie di Rossi sono immancabilmente inscritte nei miei progetti per Milano»; «Ogni mio edificio è una narrazione del passato e del futuro, alla ricerca continua del presente come continuità creativa nel tempo»; «La caratteristica unica delle Torri di Citylife sta nell’essere un continuum con la storia delle torri milanesi, da quella del Filarete, a quella di Gio Ponti e di Ernesto Nathan Rogers».
Parole grosse, che chiedono risposta.
* * *
«Caro Libeskind, non basta scrivere queste cose perché diventino vere. Non basta evocare i grandi maestri della nostra storia - che tra l'altro non credo abbiano apprezzato affatto - perché questi infondano magicamente un'anima a un progetto che non ce l'ha. Il tuo è un vecchio artificio retorico: rivendicare d'essere proprio ciò che non si è. Ti accusano di aver tracciato un segno senza radici e tu ti appelli alla tradizione architettonica milanese. Ti tacciano di pressapochismo per una torre che sfida - perdendo - le leggi della statica, e tu citi i calcoli di Leonardo, la cupola del grande genio vinciano. Ti attaccano d'essere un buon disegnatore, o poco di più, che offre solo immagini suggestive della città contemporanea, e tu ci vieni a insegnare la cultura, ci parli di umanesimo, tiri in ballo Filarete, e Ponti!
È vero. Oggi i progetti per potersi imporre devono essere tutti edifici eccezionali - non è solo colpa tua. Sono eccezioni però di una regola che non c’è. Invece nell’architettura ci sono anche edifici ripetibili. Pensa alla cattedrale gotica o al tempio greco: sono edifici straordinari, fondati su un’idea profonda e razionale del loro significato, che hanno definito un tipo, e ne hanno fatti a centinaia! Il tempio greco era spettacolare: immagina nella città greca fatta di case basse questo tempio sulla collina, con colonne alte 25 metri, colorate, e con un grande tetto che copriva la cella della divinità. Invece gli edifici dello star system sono uno per uno irripetibili, e dunque è impossibile costruire un pensiero condiviso su edifici irripetibili.
Quindi l’alternativa non è tra edifici eccezionali e ordinari, tra architetti italiani e stranieri, tra costruzioni che “rompono” col contesto e costruzioni che si mimetizzano, tra gli entusiasti per un’architettura finalmente moderna e i nostalgici delle forme del passato. Queste sono le solite etichette che il giornalismo e la politica non possono che usare.
L’alternativa è tra architetture passeggere e architetture che hanno la pretesa di durare nel tempo; tra architetture che mettono in mostra un particolare punto di vista e architetture che cercano di rappresentare un punto di vista più generale della cultura del tempo in cui viviamo; tra architetture che vanno alla ricerca di un’immagine forte da veicolare attraverso i media, e architetture che possono dar ragione di ogni scelta che si compie; tra architetture che inseguono un formalismo tecnologico o naturalistico (tecnologia e forme organiche sono i due miti dell’architettura del nostro tempo), e architetture che si servono anche della tecnologia e della forma per rappresentare il senso, l’idea: l’idea di spettacolo in un teatro, l’idea di comunità in una piazza, l’idea di preghiera in una chiesa.
Tu, Daniel, che cosa volevi rappresentare con quella specie di banana?
La città moderna sta perdendo la capacità di costruire luoghi che racchiudono un senso comune. Non per niente la gente continua ad andare in piazza Duomo, in Galleria, e non altrove. Perché lì riconosce qualcosa. Perché lì l’architettura mette in scena un modo di vivere che noi desideriamo, un modo di vivere felice.
Questa è la scommessa che ancora oggi siamo chiamati a vincere. Con o senza di te.
Lorenzo».
giovedì, febbraio 28
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